Milano andava di moda

Da tempo Milano si è guadagnata, a buon diritto, un posto tutto suo nella storia contemporanea, una carica da esibire come biglietto da visita o per attirare giovani menti che fremono per affermarsi: il titolo di “capitale della moda”, da condividere assieme alle città sorelle (forse maggiori) disseminate per il mondo, che come lei detengono questo primato.

Per i nostalgici di un passato signorile che cavalca ben altre strade forse può essere un pelo frustrante e riduttivo vedere la grande Milano del tempo che fu, riconosciuta socialmente nel villaggio globale solo per la “specialità” in moda e non per le sopravvivenza storiche, artistiche e culturali di cui si è fregiata per secoli.


Tuttavia tra passato e futuro può esserci un ponte in grado di favorire un diplomatico accordo che soddisfi ambedue le parti. Infatti questa non è la prima volta che Milano diventa “capitale della moda”. Proprio i milanesi del primo decennio del XIV secolo furono, indirettamente o meno, gli artefici di questa “conquista”.


Questa storia inizia come spesso capitava che iniziassero le storie nel medioevo: con un conflitto. Milano, all’inizio del XIV secolo, era sull’orlo dell’ennesimo cambiamento di dirigenza. 


La famiglia egemone, i Visconti, per quanto anticamente rurale come clan, era nettamente schierata su posizioni filo-aristocratiche, maturate dopo secoli di inurbamento e di affiliazione alla fazione dei milites. Nel 1277, con la battaglia di Desio, i Visconti riescono a sconfiggere le forze dei della Torre, famiglia rivale, leader della fazione milanese popolare, e a rientrare in città dopo anni di esclusione. I della Torre, costretti all’esilio, dovranno attendere il 1302 per trovarsi nuovamente “padroni” della città. Tuttavia non erano i soli giocatori sullo scacchiere italiano.


Parallelamente, un altro fattore subentra a determinare i pesi sullo scacchiere politico della penisola: il conflitto fra papato e impero.


Bonifacio VIII, favorì infatti la spedizione dei della Torre per riprendere Milano proprio perché, una volta portate a un governo filo-papale la Liguria e la Toscana, vide nelle mire di Guido la chiave per stringere in una morsa guelfa anche il settentrione occidentale.


Ora al centro-nord la nuova Lega Guelfa, con a capo Guido, costituiva un unico saldo blocco di città dal Piemonte occidentale a Bergamo, da Como a Bologna, fedeli alla medesima fazione, a cui si contrapponeva il più fragile asse che passava per Brescia, Verona, Mantova e Parma, di stampo ghibellino. La rete che Milano si era costruita attorno non permetteva più di avere minacce che richiedessero l’intervento armato, eccezion fatta per i due brevi episodi monferrini e piacentini. In un clima simile, dove la lotta di fazione era stata superata, il fenomeno del fuoriuscitismo risolto e le guerre endemiche sedate, le arterie stradali che collegavano le aree di Firenze, Genova e Milano divennero totalmente sicure per la prima volta. Inoltre la pace appena stilata tra Genova e Venezia riportò un po’ di quiete anche sui mari. 


Questo è lo scenario perfetto per un incremento dei commerci e infatti un grande sviluppo prese piede rapidamente nel primo decennio del Trecento. Gli intensi rapporti stretti tra Guido, depositario di un patrimonio a dir poco enorme nelle casse dei banchieri fiorentini, e le compagnie finanziarie toscane diedero i loro frutti, aprendo le porte a Milano alla circolazione di somme di denaro che non aveva mai visto in precedenza.


Questo, unitamente alla fitta attività commerciale marittima che Genova stava intraprendendo, spinse gli imprenditori e i mercanti milanesi a non perdere l’occasione e a tuffarsi in un business che avrebbe portato loro una notevole fortuna nel giro di poco tempo.


Genova aveva infatti da tempo fitti collegamenti navali con le basi commerciali di Londra, Southampton e Bruges, importando sul territorio italiano una lana di qualità estremamente pregiata. I Pessagno, legati politicamente alla corona inglese (Antonio Pessagno fu grande finanziatore di Edoardo II), erano tra i principali fornitori di queste lane. I mercanti milanesi si inseriscono direttamente nel circuito del commercio transmarino con investimenti di rilievo, trovandosi quindi con capitali mai visti prima (grazie a Firenze) su scenari geografici estremamente ampi (grazie a Genova).


Milano fino a quel momento basava la sua produzione tessile sui panni da fustagno realizzati con materia prima borgognona, meno pregiata della controparte inglese. Ora non più: il fuoco passa sulla lavorazione della lana britannica, portando la manifattura milanese ad uno sviluppo qualitativo senza precedenti. La lavorazione diventa talmente sofisticata da avvicinarsi agli omologhi panni franco-fiamminghi, facendo aumentare i dazi sui prodotti ambrosiani dal 67% all’80% in meno di 15 anni e superando addirittura il valore di quelli fiorentini, detentori del primato italiano in termini di panni.


Anche Venezia saprà tenere a bada gli screzi con Milano nel decennio successivo; una piazza commerciale così forte, dove la produzione tessile che ospita le merci più pregiate è la principale della città, rappresenta una preda troppo ghiotta per sprecare tempo a combattere. Infatti tra i migliori prodotti oggetto dell’import-export lagunare presenziavano gli stanfortini milanesi e di Monza.


Insomma per quasi tutto il primo decennio del Trecento, Milano conquista un primato che solo molto tempo dopo riacquisterà, svettando, per il momento, su tutti gli altri concorrenti italiani del settore tessile.


Questo grazie a una politica di influenze familiari che pone Milano al centro di una rete di alleanze che si estende dal lago di Como fino a Firenze, passando per Genova, e in grado di garantire una tale sicurezza interna da permettere uno sviluppo economico, commerciale e di produttività artigianale senza precedenti.


Forse i della Torre e le loro clientele non saranno paragonabili per capacità e competenze agli Armani e a tutti i nomi odierni che hanno portato la Milano del 2000 a farsi custode della moda, ma di sicuro col loro operato hanno inconsapevolmente generato una spirale virtuosa in grado di mostrare al mondo un potenziale di bellezza e qualità nella realizzazione dei capi d'abbigliamento che solo le alte eccellenze europee hanno dimostrato di possedere nel corso della loro storia.

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