L'uomo giusto al posto giusto

Tra il XII e il XIII secolo le città dell'Italia centro-settentrionale divennero sedi di un'intensa lotta tra famiglie eminenti per il controllo delle più alte cariche politiche urbane. Per sanare l'endemica ondata di violenza entro le mura, le società cittadine adottarono un nuovo sistema di governo, che costituì un primo esempio di professionalità politica come la intendiamo noi oggi: il regime podestarile. Il podestà doveva essere un forestiero imparziale proveniente da altre città e con alle spalle una precedente esperienza politica. A questo magistrato erano conferiti i massimi poteri civili e militari e tra i suoi diversi compiti vi era quello di sottrarre alla competizione violenta la ghiotta visione di seggi consiliari pronti per essere "depredati". Questa tappa nel processo di state building comunale portò le società cittadine dell'Italia pienomedievale ad adottare una nuova cultura politica, quella delle istituzioni. Fu un innovativo modo di concepire la comunità urbana attraverso organi che dispensavano servizi pubblici mediante una rigorosa prassi riconosciuta e che erano in grado di professionalizzare letteralmente gli uomini politici. A beneficiare dell'innovazione, anche se per breve tempo, fu non solo la vita politica delle città, ma anche la difesa militare delle stesse, e il caso dell'assedio di Parma del 1247 è uno degli esempi più lampanti in questo senso.

Durante i decenni centrali del XIII secolo, in buona parte dell'Italia centro-settentrionale la conflittualità tra le componenti cittadine e rurali aderenti alle fazioni filo-papali e filo-imperiali, più comunemente note come guelfe e ghibelline, stava raggiungendo il suo apice in termini di attriti politici e militari. 


Il 15 giugno 1247 duecento parmigiani anti-imperiali si misero in marcia da Piacenza per riconquistare la loro città, Parma, che erano stati costretti ad abbandanare a causa della recente conquista del potere da parte dei ghibellini. Durante la marcia, Ugo da San Vitale, ex podestà dei Mercanti e capitano del Popolo a Parma nel 1244, venne eletto comandante del contingente e vessillifero.


In breve tempo il podestà di nomina imperiale che in quel momento stava reggendo il governo di Parma, Enrico Testa, venne a conoscenza dei movimenti nemici e reagì guidando i suoi cavalieri fuori dalle mura. A Borghetto del Taro si consumò la battaglia tra i due schieramenti, che provocò la morte di Enrico e decretò vincitori gli esuli parmigiani del San Vitale. All'arrivo in città le milizie germaniche dell'imperatore a guardia del palazzo del Comune non opposero resistenza e il nuovo governo filo-papale, con Girardo da Correggio come podestà, venne instaurato. Molti fattori contribuirono a generare questo esito, e in gran parte la responsabilità della sconfitta ricadde proprio su Enrico Testa


Innanzitutto a Borghetto del Taro Enrico non aveva con se la fanteria cittadina e di conseguenza il favore di buona parte della cittadinanza. Essa infatti non si mobilitò con lui, anzi accolse a braccia aperte Ugo da San Vitale, a dimostrazione del plauso ottenuto dal vessillifero parmigiano tramite l’oculata amministrazione cittadina avvenuta tre anni prima e mai dimenticata dai cives. Inoltre gli imperiali erano totalmente impreparati: non avevano le fortificazioni adeguate e i milites mobilitati da Enrico provenivano da una festa di nozze, quindi inadatti allo scontro per via dell’ubriachezza. 


Anche il 15 giugno del 1230, a Siena, Enrico si rese protagonista di una disfatta dovuta alle sue incapacità militari. Difficile credere che un individuo del genere abbia avuto una scalata sociale fino alla podesteria parmense unicamente grazie alle sue capacità gestionali. Infatti, l'imperatore Federico II lo aveva nominato podestà di Parma solo perché era imparentato col figlio Enzo di Svevia. Questa sottile ma gravissima decisione, basata su una concezione patrimoniale del potere molto diffusa all'epoca, costò all'imperatore l’ultimo grande centro per il controllo del transito tra gli Appennini. 


La notizia della perdita di Parma giunse ai vertici imperiali. Enzo e il padre Federico iniziarono allora una lunga marcia dalla Germania che però richiese più tempo del previsto, permettendo quindi ai parmigiani di potenziare le loro difese. Grazie alla diplomazia del parmigiano Bernardo Rossi, la voce della presa della città giunse rapida anche alle orecchie dei rettori dei vicini centri anti-imperiali, che inviarono truppe per aiutare Parma nell’imminente difesa dagli eserciti federiciani.


Ai 15.000 uomini che le forze sveve schierarono a fine luglio davanti alla città, Parma rispose con 10.000 unità, in parte provenienti da Mantova, Piacenza, Milano e Genova. I comandanti di questi contingenti disposero le loro truppe lungo un quadrilatero circoscritto alla città, impedendo quindi all'imperatore di accerchiare le mura in una morsa che avrebbe preso i parmigiani per fame. 


Questi comandanti erano stati scelti sulla base di sedimentate competenze e provate esperienze militari. Lo testimonia il fatto che i veronesi provenienti da Mantova erano al comando di Rizzardo da San Bonifacio, il quale aveva avuto modo di fare esperienza nel conflitto contro la famiglia rivale dei Torelli. I piacentini erano capeggiati da Obizzo Malaspina, membro di una famiglia di tradizione aristocratica e quindi erudito nell’uso delle armi. I milanesi erano guidati da Guglielmo da Soresina e da Ottone Marcellini, il primo con esperienze nei contrasti con Pavia e il secondo con una solida istruzione militare acquisita grazie al contesto familiare di provenienza, nobiliare e affine alle azioni belliche.


Dopo cinque mesi di assedio, le forze anti-imperiali videro nell’inverno tra il 1247 e il 1248 un tanto agognato momento di respiro e anche una possibilità di vittoria anticipata. Tra ritiri delle truppe per il cambiamento climatico e perdite sul campo, a Federico II rimasero 3.000 unità circa, tra fanti e cavalieri tedeschi, toscani, pugliesi e cremonesi, oltre a un contingente di saraceni dalla sua scorta personale. La consistente armata con cui l'imperatore era sceso in Italia per punire i suoi sudditi disobbedienti era ormai quasi dissolta.


Inoltre, all’inzio di febbraio del 1248, Federico fece l'errore di inviare quasi metà delle sue forze al figlio Enzo, che aveva cercato vanamente di tagliare i rifornimenti guelfi lungo la linea Parma-Brescello. Rimase così sguarnito l’accampamento imperiale dinanzi alla città e il 18 febbraio 1248, il nuovo podestà di Parma, Filippo Visdomini e il legato pontificio Gregorio da Montelongo attaccarono l’accampamento con tutte le forze rimaste, impegnando gli ultimi armati federiciani prima di irrompere nella base nemica e costringere l'incauto imperatore a una umiliante ritirata verso Fidenza. Questa sconfitta segnò la definitiva chiusura delle ambizioni sveve sull’Italia settentrionale.


Ancora una volta, i comandanti vincitori di questo scontro emergono per la caratteristica che li ha resi trionfanti: Filippo Visdomini, il protagonista della battaglia e artefice del trionfo, era stato nel 1239 podestà di Genova, impegnato militarmente nel contenimento delle pressanti forze imperiali, piemontesi e liguri, e ancora nel 1241 podestà di Milano, scontrandosi contro i pavesi durante il suo mandato.


I veri vincitori però non furono questi ex podestà o ex comandanti, bensì il contesto culturale che permise la loro formazione politico-militare. Senza gli sviluppi che obbligarono le città ad adottare dei podestà forestieri, non si sarebbe mai diffusa sul territorio italico una cultura delle istituzioni condivisa in grado di far circolare professionisti della politica a livello sovralocale. Di conseguenza Parma non avrebbe avuto dei difensori così preparati a sostenere un assedio in condizione di inferiorità numerica, e vista la posizione strategica della città non è da escludere che in assenza di questi uomini l'andamento della politica imperiale in Italia avrebbe potuto prendere pieghe nettamente diverse.

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